Megalopoli cinesi

Posted from Guangzhou, Guangdong, China.

A Shenzhen non abbiamo proprio trovato il brutto che cercavamo. Per spendere poco siamo stati in un hotel a un’ora di metrò dal centro della città. Emersi dal metrò ci aspettavamo di essere in aperta campagna, data la distanza dal centro e invece questa “periferia” ci ha stupiti: grattacieli, centri commerciali, negozi di tutti i generi, stradoni a quattro corsie, auto, bus, motorini e taxi che sfrecciavano in ogni direzione, ovviamente tutti suonando il clacson a più non posso. Dovendo acquistare il biglietto del treno per la prossima destinazione, il giorno successivo all’incontro che ha suscitato l’ilarità della signorina fuori dal ristorante, siamo andati a cercare la stazione più vicina all’hotel, che distava “solo” un’altra ora di metrò. Una serie di finestrelle dietro le quali tante persone senza espressione attendevano le domande della gente e sulle teste delle quali scorrevano scritte che presumibilmente indicavano i treni in partenza, ci è sembrata essere la biglietteria. Ci siamo messi in coda, ancora una volta sentendoci alieni perché eravamo gli unici

stranieri fra milioni di cinesi e continuamente ci sentivamo chiamare con quel nome che ai cinesi piace tanto e col quale fra di loro si annunciano la presenza dello straniero: “laowai”. L’acquisto del biglietto è stato più semplice del previsto e, superato lo scoglio, ci siamo goduti il quartiere attorno alla stazione, pieno di condomini altissimi dentro ognuno dei quali abbiamo stimato vivere circa un migliaio di persone, tutte compresse come acciughe in scatola. In realtà era tutto meno brutto di come ce lo immaginassimo, niente di così diverso dalla periferia di una nostra città italiana, e anche il centro non era poi così male.
Il giorno seguente abbiamo lasciato la metropoli da 14 milioni di persone per la più piccola Guangzhou, meglio conosciuta come Canton, di soli 12 milioni di abitanti. Siamo tornati alla stazione, dove centinaia di occhi ci hanno radiografati e decine di voci hanno annunciato “laowai” e, dopo un accurato controllo bagagli, documenti e biglietti che non fanno neppure alla frontiera, siamo entrati nella sala d’attesa. Un immenso stanzone di circa 4000mq ospitava 100 file da 50 sedie ognuna (si, le abbiamo contate!), per un totale di 5000 sedie…tutte occupate! Pazientemente ci siamo messi in piedi in un angolino, aspettando che aprissero le porte d’accesso al binario. Appena hanno chiamato il treno, migliaia di persone si sono alzate e, spintonandosi di qua e di là, hanno formato una fila disordinata. Non abbiamo capito bene perché avessero tutti fretta di salire, visto che i posti erano assegnati ma forse, ci siamo detti, l’usanza qui è di correre sempre e comunque, quindi ci siamo adattati! Nel sottopassaggio per arrivare al secondo binario, attorniati da tanta gente con bagagli di ogni genere, ci siamo sentiti come i protagonisti di un film cinese che abbiamo visto prima di partire: marito e moglie che lavorano in una grande città e tornano a casa per il capodanno cinese. Il film descriveva molto bene l’atmosfera che si vive quando si sale su uno di questi treni. Fra l’altro non ci eravamo resi conto che quel giorno era il 1 maggio, giorno di festa anche in Cina e che probabilmente molte persone stavano andando da Shenzhen a Guangzhou per passare la giornata con i loro famigliari. Il treno che abbiamo preso era piuttosto vecchio, coi sedili in similpelle, schienale ad angolo retto, ventilatori appesi al soffitto che facevano da aria condizionata e bagni che emanavano un odore indescrivibile. Le nostre ginocchia distavano pochi millimetri da quelle di una famiglia di tre persone: mamma, figlia e nipotino iperattivo. Nel giro di pochi minuti abbiamo attirato l’attenzione non solo di questi nostri dirimpettai, ma anche dei passeggeri a fianco e, mentre il primo coraggioso ha attaccato bottone in “inglese”, attorno ai nostri sedili si è radunata una piccola folla di spettatori (che l’inglese neppure lo capivano). Tango (come poi ci ha detto di chiamarsi il coraggioso), è partito con le domande a raffica: didovesiete, quantianniavete, initaliasiparlainglese, avetefigli, quantocostailbigliettoaereoperl’italia, sapetechetaiwanècina, perchèavetepresoquestotrenocosìvecchioesporco, sapetechesietetegliunicilaowaisultreno… Quando era in difficoltà, si rivolgeva a Bao Li Lin, la ragazza seduta di fronte a noi, che l’inglese lo parlava veramente! Così, fra domande, risate e foto insieme a loro, le due ore e mezza del tragitto sono volate. A Guangzhou avevamo ancora un’oretta di metrò per raggiungere l’hotel, preso sempre in periferia per risparmiare. Era sempre il 1 maggio, giorno di festa, in cui la gente va in giro per la città, usa i mezzi pubblici, fa shopping. Le scale e i corridoi del metrò sembravano fiumi in piena: milioni di formichine umane, fra le quali c’eravamo anche noi, camminavano piano piano per cercare l’uscita, l’ingresso, la scala, il collegamento con l’altra linea… Eravamo sicuri che, se fossimo per caso caduti per terra, saremmo stati calpestati da migliaia di scarpe e nessuno si sarebbe accorto di noi. Abbiamo cercato di non cadere!

Siamo rimasti solo due giorni a Guangzhou, che è famosa per il cibo (effettivamente buono) perché spostarsi in una metropoli come questa (e com’era Shenzhen) è snervante e fa perdere un sacco di tempo! Visitare due o tre cose nello stesso giorno è pressoché impossibile date le distanze e già solo per vederne una bisogna armarsi di pazienza, sapere che per almeno un paio d’ore si starà chiusi in metrò e sperare di trovarla senza dover chiedere indicazioni! Così abbiamo pensato di goderci il metrò, luogo curioso dove fare qualche scatto e osservare semplicemente le persone, i loro vestiti, le loro borse e valigie, i loro cellulari sempre “caldi” di giochini vari e la loro curiosità verso noi “laowai”, effettivamente così diversi da loro. Abbiamo notato che la cosa che incuriosisce di più è la barba di Ale, i suoi peli sulle gambe e i miei capelli non lisci… Noi invece siamo incuriositi dalle persone che hanno la capacità di addormentarsi in qualsiasi posizione, anche a metrò strapieno, stupiti dai bambini che non sorridono mai, neppure se cerchi di fargli quei giochini che da noi li farebbero ridere, colpiti dalla loro capacità di adattamento a vivere in città così enormi, facendosi ogni giorno ore e ore di metrò per andare al lavoro come se fosse la cosa più naturale del mondo.

  4 commenti riguardo “Megalopoli cinesi

  1. Franco
    6 maggio 2013 alle 12:23

    Bentornata a casa Elisa!!!!
    Sono certo che questa volta potrai rivedere i luoghi della tua permanenza con occhi diversi e rivivere con Alessandro le emozioni di questo mondo così diverso dal nostro.
    Buona continuazione ragazzi e a presto.
    Un abbraccio, papa’

  2. ale
    6 maggio 2013 alle 17:10

    …la cina è cosi!vedere questa foto- bellissime- me la fate rivivere!!!poi forse loro sono genitcamente fatti per addormentarsi dovunque in posizioni assurde!!!!
    w mao!:)

  3. Tita & Lolli
    6 maggio 2013 alle 22:33

    Mamma mia! Il vostro racconto di oggi mette quasi ansia, con tutta questa gente dappertutto …. Ci avevate abituati a posti sconfinati senza nessuno, con persone gentilissime (non che queste non lo siano) e sorridenti pronte ad aiutarvi… poi tutti quei giorni di oceano da soli… e adesso con tutta questa gente … Incuriosita di voi come foste “alieni” e che non sorridono…. Aiutooo!! Però credo che anche vista dal vostro punto sia curioso vedere loro…. Che differenze dall’altro continente!
    Noi che abitiamo in una città che può equivalere ad un loro quartiere, ci sentiamo proprio piccolini…. Parlate di milioni di abitanti con estrema semplicità …
    Ciao “laowai” 😉

  4. Emiliano Bedei
    7 maggio 2013 alle 12:25

    E io che pensavo che Verona fosse grande!
    Smack
    Emiliano ed Elena

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